Stare a contatto con la propria tristezza: riflessioni sulla vita e sulla morte ai tempi del coronavirus e nella vita

C’era una volta un uomo molto ricco. Tanto avaro da non sopportare di spendere neanche un centesimo della sua ricchezza. Un giorno andò a trovarlo il maestro zen Mukusen. Il maestro gli disse: “se tenessi sempre la mano con il pugno chiuso, cosi, per sempre, come la definiresti?” “Deforme”, gli rispose quell’uomo. “E se l’aprissi e la tenessi sempre aperta, cosi, per sempre, come la definiresti?” “Deforme”, rispose di nuovo. “Finché lo terrai presente -gli disse il maestro- sarai un uomo ricco e felice. ” Si racconta che da quel giorno egli divenne generoso. Era ancora frugale, ma sapeva anche come spendere il denaro e contribuire all’elemosina. Dice il saggio:”tutti gli opposti, bene e male, avere e non avere, beneficio e danno, sé e altri, sono dovuti a distinzioni della mente. Appena diamo spazio a questi concetti, ci allontaniamo dalla nostra mente originale e soccombiamo a questo dualismo”. (Chung,1994, p.81) (Cardinali F.,2007).

Federico Cardinali in un bellissimo capitolo del libro “Le perdite e le risorse della famiglia” domanda al profondo del suo cuore e di quello dei lettori se “possiamo guardare alla vita senza comprendere nel nostro sguardo anche la morte e, parallelamente, possiamo guardare alla morte tenendo fuori dal nostro campo visivo la vita?”( Cardinali F.,2007).

L’autore ritiene che “la vita e la morte possano essere com-prese soltanto nella reciprocità ( e complementarietà) della relazione: se volessimo porci nella posizione di voler guardare solo una di queste dimensioni senza voler cogliere contemporaneamente anche l’altra, il nostro pensiero risulterebbe deforme, sarebbe, cioè, come tenere la mano sempre aperta o sempre chiusa” (Cardinali F.,2007)

Risulta dunque necessario riflettere sulla necessità di sviluppare una sufficiente consapevolezza della relazione che lega ciascuno di noi con la morte e con la vita. Ignorare la morte ci rende ciechi e non ci tiene a contatto con la realtà, con gli imprevisti spiacevoli quali lutti, malattie, che nel corso della vita possono capitare, con la fine della nostra vita che prima o poi arriverà, come arriverà per tutti gli altri, perchè nessuno di noi è immortale e di questo spesso ci dimentichiamo. Ho sempre sostenuto che i bambini, sin da molto piccoli, vadano educati al tema della morte, alla possibilità di poterne parlare, e di poter esprimere le proprie paure al riguardo. Le paure non espresse covano nel profondo e si trasformano in sintomi, le paure espresse consentono al bambino di esternalizzarle, darle spazio e sentirsi ascoltato, capito e protetto da chi gli sta accanto e di sentirsi sostenuto nelle proprie difficoltà.

Qualche giorno fa ho chiesto a mio figlio di descrivermi le sue paure: mi ha parlato della sua paura delle scale mobili, della morte e soprattutto del coronavirus che, mi ha detto, anche se non uccide i bambini può uccidere noi genitori, i nonni; questo pensiero lo fa stare molto male. Ho ascoltato con molta attenzione ciò che mio figlio con le sue parole mi esprimeva, e ho imparato. Ho imparato che non basta rassicurare i nostri figli dicendogli che il coronavirus non uccide i bambini perché a loro questo non basta per farli stare tranquilli. Questo è un periodo difficile per tutti. Siamo tutti più nervosi, più tesi e i bambini questo lo sentono, lo percepiscono anche se non gliene parliamo. Parlare delle nostre paure con loro, usando un modo e un linguaggio adatto alla loro età, può essere un modo per avvicinarci a loro per quello che siamo, anche con le nostre fragilità. Ed è un modo per consentirgli, dargli il permesso, di parlarci a loro volta, dei propri timori e delle proprie paure, un modo per sentirci accanto in questo momento di difficoltà.

Mio figlio stamattina, appena si è svegliato mi ha detto:

“Mamma io voglio riandare a scuola”.

Questa affermazione di mio figlio mi ha fatto ulteriormente riflettere. A lui la scuola manca. Gli mancano tutte le routine quotidiane, gli manca il nuoto, la batteria, persino la scuola di inglese, benchè non la frequenti volentieri. Per i bambini le routine sono importanti per mantenere punti di riferimento sicuri e stabilità. Anche per noi adulti sono una cosa importante. Riuscire a creare nuove routine nel periodo del coronavirus è importante. Non serve a far finta che non stiamo vivendo questa realtà, serve a crearci un equilibrio, anche se piccolo e precario, all’interno di questa realtà. Serve ai bambini e serve a noi adulti. Ci serve sapere che, anche se siamo a casa, dobbiamo alzarci alle 8, dobbiamo fare dello sport, dobbiamo vestirci, lavarci e truccarci. Sembrano tutte cose banali, ma richiedono un grande sforzo per essere mantenuti in questo lungo periodo di instabilità. Milton Erickson, esperto di Ipnosi Naturalistica, ancora attuale per la sua genialità e per il suo modo semplice e sempre adatto di d’aiutare l’altro, era una persona estremamente ottimista, nonostante le grosse difficoltà personali che dovette affrontare nel corso della propria vita. Egli riteneva che “la vita fosse fatta per essere vissuta fino in fondo orientando se stessi verso il futuro in termini positivi”. ( Erickson, 1983). In uno dei suoi scritti racconta che una delle citazioni preferite dalla madre fosse:”nella vita di ognuno deve cadere un pò di pioggia, alcuni giorni devono essere scuri e cupi”. La massima preferita da Milton Erickson era:”godetevi la vita e godetevela sempre”; io aggiungo: godetevela nonostante le difficoltà. Ascoltatevi e state a contatto con le vostre paure, con le angosce e con le difficoltà. Parlatene. Ma nel frattempo vivete, e ritagliatevi dei momenti per giocare, ridere a squarciagola, urlare, fare almeno una cosa stupida, inutile e trasgressiva al giorno; scattate foto e leggete poesie voce alta; potete farlo anche fuori dal balcone o affacciandovi alla finestra di casa e potete dedicarla al vento, tanto oramai anche quello si può fare. Non per questo sarete persone stupide e superficiali. Sarete persone che stanno a contatto con la morte e con la vita, persone che guardano avanti e trovano l’orizzonte, e ridono e piangono.

Esercizi:

  1. Trovate un momento al giorno per parlare tra voi, se siete tutti adulti, o con i vostri bambini, delle vostre paure di questo momento. Fatelo in modo semplice. E’ preferibile che, se volete che i vostri bambini vi parlino delle loro paure siate voi a iniziare parlando delle vostre. Questo darà a loro la forza e il coraggio per aprirsi e parlarvi liberamente delle loro.
  2. Create il barattolo dei pensieri neri e dei pensieri bianchi e spiegate ai bambini, ma anche ai ragazzi e agli altri membri della casa, che ciascuno quando ha un pensiero, può scriverlo in un foglietto e metterlo in un barattolo, in quello nero se è un pensiero triste e in quello bianco se è un pensiero bello. Alla fine di ogni serata si potrà dedicare un tempo all’apertura dei barattoli e alla lettura dei foglietti
  3. Non trascurate i bambini piccoli. Anche loro percepiscono questo periodo difficile e anche loro vivono e percepiscono le nostre tensioni e anche loro hanno sentito parlare, innumerevoli volte di coronavirus. Con loro potrete giocare a inventare insieme una storia che sia una metafora che parli di una situazione iniziale di normalità, di un periodo difficile da attraversare, magari di un supereroe che aiuti a sconfiggere il nemico. La cosa importante è che la storia che create abbia un lieto fine, in modo da dare al bambino tutta la rassicurazione necessaria. Poi potete dare al bambino un foglio bianco e delle matite colorate e potete chiedergli di disegnare liberamente, o anche di disegnare il coronavirus per come lo vedono, lo vivono e lo percepiscono loro. Questo gli consentirà di esternalizzare la paura e di renderla più facile da condividere e da gestire.

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