I bambini, le parolacce e i gesti volgari. Cosa fare?

Ieri sera mio figlio, mentre lo accompagnavo a dormire, mi ha mostrato con le mani un gesto volgare, che ha visto fare a un amichetto, chiedendomi il significato. Io inizialmente gli ho semplicemente detto che può capitare che un bambino o un adulto quando è arrabbiato o semplicemente perché ha bisogno di mettersi al centro dell’attenzione, usino gesti e parole offensive, volgari e dispregiative per esprimersi.

Mio figlio ha ascoltato con attenzione le mie parole, per un attimo è rimasto in silenzio, ha riflettuto e poi mi ha ripetuto: “ si, ho capito, ma quel gesto cosa significa?”

Davanti alla insistente e lecita curiosità di mio figlio mi sono fermata a ragionare e a riflettere.

Mi sono innanzitutto sentita orgogliosa di lui per il fatto che ha chiesto a me il significato del gesto piuttosto che ripeterlo inconsapevolmente, come è capitato in passato.

Mi sono anche chiesta perché la mia prima reazione davanti al suo bisogno di capire il significato reale di quel gesto, sia stata di difficoltà e di imbarazzo.

Parto dal presupposto che la curiosità dei bambini è una risorsa importante che noi adulti dovremmo valorizzare e rafforzare quotidianamente, se vogliamo che diventino adulti capaci di fare scelte consapevoli, piuttosto che accettare passivamente le decisioni o i punti di vista altrui.

La mia iniziale difficoltà e imbarazzo nello spiegargli in modo chiaro e semplice il significato reale del gesto volgare che lo incuriosiva immagino derivi da residui di antichi tabù dettati dal modo in cui io sono stata educata durante la mia infanzia.

La difficoltà e l’imbarazzo davanti alla curiosità dei nostri figli è plausibile, dobbiamo riconoscerla e accettarla, poiche può appunto essere dettata dalla nostra storia e dal nostro vissuto personale. Ciò che però dobbiamo fare è non confondere le nostre paure e difficoltà con una volontà di proteggere i nostri figli da qualcosa da cui loro non vanno protetti ma informati nella maniera più chiare e genuina possibile.

Personalmente, ho gestito la mia difficoltà dandomi del tempo.

Approfittando del fatto che fosse ora di andare a letto ho detto a mio figlio che, se lui era d’accordo, avremmo potuto riprendere il discorso il giorno dopo, in modo da poterne parlare bene e da poter soddisfare appieno la sua curiosità.

Desmond Morris nel bellissimo libro illustrato “L’uomo e i suoi gesti”, spiega che i gesti volgari si distinguono in diverse categorie, tra cui troviamo la categoria dei segnali osceni.

Morris spiega che i segnali sessuali possono diventare insulti che indicano minaccia.

Nei bambini la ripetizione di tali gesti spesso indica un bisogno di attirare le attenzioni, esprimere uno stato d’animo che non riesce a descrivere verbalmente.

Poiché il gesto di cui mio figlio chiedeva spiegazioni era un gesto volgare di tipo sessuale ho pensato che la cosa migliore da fare fosse riprendere in mano un libro di sessuologia adatto ai bambini della sua fascia di età dal titolo “ Programma di educazione sessuale” rileggerlo insieme e fare insieme i vari giochi che il libro, alla fine di ciascun capitolo, propone.

Il libro (che affronta in modo chiaro e semplice tutto ciò cho riguarda le caratteristiche sessuali dell’ uomo e della donna, i cambiamenti fisici legati alla pubertà, il rapporto sessuale tra adulti, la pedofilia, la pornografia etc, l’abuso sessuale, la gravidanza, il parto etc) è stato uno strumento utile per spiegare in modo semplice a mio figlio il significato di quel gesto e il motivo che lo rende volgare. Ovviamente il fatto che io abbia spiegato a mio figlio il significato del gesto e la differenza tra quello che il gesto rappresenta e il motivo che lo rende volgare non elimina la possibilità che lui possa ora o in altre fasi della sua vita esprimersi attraverso l’uso di un gesto volgare, ma gli consente di scegliere tra quella possibilità e altre possibilità linguistiche più adatte a descrivere il suo stato d’animo.

Oltre ai gesti volgari esistono le parolacce.

Gianni Rodari, uno dei massimi scrittori per bambini e pedagogisti del secolo scorso, nel bellissimo libro “ la grammatica della fantasia” parla della parola “cacca”, un termine “trasgressivo” che incuriosisce e affascina molto i bambini di due, tre, quattro, cinque anni.

Rodari a proposito dell’uso del termine “cacca” da parte dei bambini scrive questo:

“Sappiamo quanta importanza abbia nella crescita del bambino la conquista del controllo delle funzioni corporali. Il passaggio dal pannolino al vasino genera ansia in figli e genitori. E sono minacce se non la fa, premi e trionfi se l’ha fatta. E poi attente ispezioni, discorsi fra adulti sul significato di determinati indizi, consultazioni col medico, telefonate alla zia che sa tutto… Non c’è davvero da stupirsi se nella vita del bambino, per anni, il vasino e ciò che lo riguarda acquistano un rilievo quasi drammatico. E gli adulti, per dire che una cosa non è buona, dicono che “è cacca”.

Tutte queste ansie l’adulto le stempera nelle barzellette. Ma questo riso al bambino è vietato. E invece è proprio lui ad averne bisogno più dell’adulto. Le storie tabù, che trovo utile raccontare ai bambini. Rappresentano un tentativo di discorrere col bambino di argomenti che lo interessano intimamente… Le sue funzioni corporali e le sue curiosità sessuali. Credo che non solo in famiglia, ma anche nelle scuole si dovrebbe poter parlare di queste cose in piena libertà.
Quanti insegnanti riconosceranno ai loro scolari la libertà di scrivere, se occorre, la parola merda? Le fiabe popolari, in proposito, sono olimpicamente aliene da ogni ipocrisia. E non esitano a far uso del gergo escrementizio. Possiamo far nostro quel riso, non indecente ma liberatorio? Penso onestamente di sì. Niente come il riso può aiutare a sdrammatizzare. C’è un periodo in cui è quasi indispensabileinventare per lui storie di cacca. Io l’ho fatto».

Seguendo il ragionamento fatto da Gianni Rodari rispetto all’uso del termine cacca nei bambini possiamo provare a contestualizzare l’interesse e l’uso dei gesti volgari nei bambini e nei ragazzini più grandi. Intorno ai 9, 10, 11 anni i ragazzini iniziano la fase della pubertà e aumenta il loro interesse verso la sessualità ( un interesse comunque presente, in misura diversa, anche nella prima infanzia); in questa fase può aumentare anche il loro interesse e uso di gesti volgari che possono costituire un modo per esprimere una fase intima di cui si ha difficoltà a parlare.

Cosa possiamo fare noi genitori?

Ciò che possiamo fare è in primo luogo accogliere questi gesti: altro non sono che segni, oltre che segnali.

Possiamo prenderci il tempo che ci serve per fare i conti con i nostri tabù personali, per ascoltarli, accettarli e per fare in modo di usarli come risorsa e non come limite rispetto ai nostri figli.

Poi possiamo prenderci il tempo per dare spazio alla curiosità dei nostri figli, per accoglierla e per raccogliere tutti gli strumenti che possono servirci per facilitare la comunicazione tra noi e lui.

E poi possiamo affrontare insieme a lui il tema verso il quale mostra curiosità in un modo che sia comodo per noi e esaustivo per lui.

I nostri figli si sentiranno accolti e liberi da tabù che spesso costruiamo o rafforziamo se evitiamo di discutere e confrontarci con loro rispetto a queste tematiche.

E ci saranno grati.

Bibliografia:

La grammatica della fantasia.Gianni Rodari.

L’uomo è i suoi gesti. Desmond Morris.

Programma di educazione sessuale. 7/10 anni. Roberta Giommi, Marcello Perrotta.

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