Nel mio studio la legge non è uguale per tutti: faccio politica e mangio di lato.

Se ti chiedessi di descriverti,

cosa racconteresti di te?

Un bambino piccolo, ancora poco pratico del proprio pensiero simbolico, potrebbe descriversi dicendo: sono biondo, ho gli occhi marron. Può capitare che anche un’adulto poco propenso ad entrare in intimità con il proprio interlocutore, o con se stesso, si descriva in modo frettoloso e approssimativo.

Altri, probabilmente più abituati a stare a contatto con parti profonde di se, potrebbero cercare con cura parole per descrivere l’essenziale, quello che per loro conta davvero.

Stanotte mi sono svegliata di soppiatto: mi è venuto in mente il titolo che trovate in alto, me lo sono appuntato.

Stamane me lo sono ritrovato e ho pensato.

Poi mi sono posta una domanda su cui ho ragionato e che ora condivido con voi:

Quale è il modo appropriato in cui posso descrivere il mio studio?

Potrei partire dai colori, come fanno a volte i bambini, e descriverlo con pennellate di tinte molto rosse, abbastanza verdi, un poco marron. Proverei a descrivere i colori, gli sguardi, le espressioni di un sacco di maschere, tutte poste di lato.

Se partissi dalla descrizione dei rumori potrei invece provare a percorrere due strade, diverse tra loro, ma altrettanto interessanti.

La prima strada riguarderebbe i rumori reali che solitamente si sentono dal mio studio: sirene di ambulanze, clacson di auto inferocite al semaforo, fischietti e trombette provenienti da manifestazioni varie, ogni tanto di passaggio su viale Diaz, subito sotto la mia finestra. Cercherei le parole giuste per farvi sentire il fischiettio del mio bollitore dell’acqua per il tè, sempre in agguato. Imponente è il termine che cercherei per farvi sentire il rumore dei mezzi pesanti che a volte invadono le strade circostanti e, al passaggio, fanno tremare l’intero edificio, una vecchia costruzione dei primi del 900′, immagino, ristrutturata ma pur sempre antica alla base.

La seconda strade che potrei percorrere per descrivervi i rumori della mia stanza riguarderebbe quelli evocati e quelli immaginati: il cinguettio di uccellini appena fuggiti da una gabbia e annidati in cima ai rami di un grande albero, tra sole e nuvole; il verso di un’oca che sbraita “qua” ai suoi cuccioli per indicargli la direzione verso cui è possibile nuotare. Anche il ticchettio dell’orologio rientrerebbe nella categoria dei rumori immaginati, a meno che non vogliate sbirciare il display del vostro telefonino.

In realtà ho deciso di provare a descrivervi il mio studio attraverso quello che faccio: una sorta di valigetta mobile degli attrezzi che mi porto dietro, a prescindere dai luoghi ricorrenti – ma non soli- in cui spesso mi ritrovo a lavorare di fatto.

Nel mio “studio” la legge non è uguale per tutti, anzi esigo prima di tutto da me stessa e, di conseguenza, dalla persona che ho davanti, che stabiliamo insieme, esplicitamente e/o implicitamente, leggi specifiche che risultino terapeutiche per il lavoro che insieme abbiamo accordato di fare.

Una volta lavorai con un ragazzo che aveva un trascorso di tossicodipendenza. Il nostro primo colloquio era stato fissato per le 11.00 del mattino. Arrivò alle 11.45; la nostra seduta durò appena 15 minuti, poi gli preparai la fattura e feci cenno di dargli commiato. Lui, abbastanza sconcertato, mi chiese se i miei colloqui in genere duravano solo un quarto ‘ora. Io, dopo una breve risata, gli risposi che “solitamente durano un’ora, a volte un’ora e un quarto, altre addirittura due, tre o quattro. Poche volte durano appena un quarto d’ora, a volte però capita”. Gli spiegai che non dipendeva solo da me: ” noi stabiliamo un’ora che poi io adatto a quanto il momento del tuo arrivo si discosta da quello prefissato”. Fissammo un nuovo appuntamento. Da quel momento, senza bisogno di dirci altro, le nostre sedute durarono almeno un’ora e il cliente non perse più nemmeno un minuto di ciascuna ora prefissata. Divenne molto bravo a scegliere di seguire la regola della puntualità, considerando che uno dei suoi problemi principali riguardava proprio il rispetto delle regole.

Attraverso il mio lavoro faccio politica, anzi dirò di peggio: il mio lavoro non può prescindere dalla politica.

La politica ha origini greche, deriva da “politicós” che a sua volta deriva da “polis” che significa città. Questo termine, di estrema poesia e nobiltà, nacque per designare ” ciò che appartiene alla vita comune, ossia allo stato e al cittadino”. Poiché attraverso il mio lavoro vorrei contribuire al bene comune delle persone, soprattutto di quelle più fragili, il mio lavoro non può prescindere dalla politica intesa nel suo significato più puro, profondo e, a mio avviso, necessario per la cura del genere umano.

Infine nel mio studio si mangia di lato, come avveniva nell’antica Roma. Ogni genitore insegna ai propri bimbi, sin da piccoli, che per mangiare si deve stare “seduti e composti”; a me i miei genitori lo ripetevano di continuo e, effettivamente, così ho quasi sempre fatto. Gli antichi romani invece per mangiare si sdraiavano di lato nel “triclinium”, un vero e proprio letto. i romani avevano una profonda cultura multietnica e, per questo, avevano pensato bene di importare l’abitudine elegante di mangiare coricati di lato dall’antico oriente.

Mi piace molto pensare al l’ipnosi come a un modo di mangiare di lato, un modo di scomporre il vecchio, il certo e l’appropriato per poi ricomporlo attraverso nuove posizioni, non importa se più o meno comode, ma sicuramente più affini ai propri bisogni attuali.

Bibliografia

Panem et circenses, Nuova Ipsa. Alberto Jori.

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