Intervista al Dottor Flavio Cannistrà, Psicologo, Psicoterapeuta e referente italiano di Terapia a Seduta Singola -Rubrica Sette di Libri-

1. Jay Haley, esperto di terapia familiare e di ipnosi ericksoniana, dice che poiché ogni seduta di psicoterapia può essere l’ultima, il terapeuta deve massimizzare ogni singola seduta. La terapia a seduta singola si attiene a questo principio o è caratterizzata anche da qualcosa di nuovo?

Quando Moshe Talmon, lo psicologo israeliano che avviò gli studi sistematici in Terapia a Seduta Singola assieme a Michael Hoyt e Robert Rosenbaum, si rese conto che un numero significativo di pazienti si presentava per una sola seduta, la prima cosa che fece fu studiare la letteratura, per vedere se qualcuno avesse già parlato del fenomeno (Talmon, 1990).
Di Freud sono noti almeno tre casi in cui una singola seduta col padre della psicoanalisi fu sufficiente: quello di Katharina (Freud, Breuer, 1893), quello di Mahler (Talmon, 1990) e quello di Margarethe Walter (Slavin & Rahmani, 2016): quest’ultimo è di particolare valore, perché abbiamo la testimonianza della paziente che spiega come Freud preferì usare un metodo diretto (più vicino a una consulenza psicologica, che a una sessione di psicoanalisi), con tanto di suggerimenti su come si sarebbe dovuta comportare la paziente.
Un altro psicoanalista, Martin Grotjahn (1946), membro e didatta dell’Istituto Psicoanalitico di Berlino, portò a termine con successo una singola seduta con un medico depresso, anche qui assumendo un ruolo attivo e dando indicazioni al paziente.
Alcuni decenni dopo, negli anni ’60, un terzo psicoanalista, David Malan (et al., 1968, 1975), si rese conto che in un campione di 45 persone viste per una sola volta, oltre la metà (51%) erano migliorate a livello sintomatologico, e un quarto di esse (24%) anche dal punto di vista dell’organizzazione psicodinamica. Questi dati furono rilevati a follow up compresi tra i 2 e i 9 anni.
Sulla stessa scia, potremmo citare Kogan (1957abc), che intervistò pazienti e terapeuti in 141 casi di seduta singola, e Bloom (1981), che fece la prima ricerca programmata di terapia a seduta singola con follow-up con 10 individui.
La storia è piena di casi a seduta singola. Una vasta quantità di casi dello stesso Milton Erickson (se non la maggior parte), che hai indirettamente citato, sono risolti dal wizard of the desert in una singola seduta (O’Hanlon & Hexum, 1990). E ad oggi esistono svariate decine (centinaia?) di ricerche del tutto indipendenti dagli studi avviati da Talmon, che mostrano come una seduta possa essere tutto ciò che serve, fino anche alla risoluzione del problema.
Quando oggi parliamo di Terapia a Seduta Singola ci rifacciamo principalmente, ma non solo, agli studi in qualche modo collegati a quelli iniziali di Talmon, Hoyt e Rosenbaum. Cioè studi, ricerche e autori che hanno cercato di capire come sistematizzare un metodo, integrabile con altre forme di intervento, per massimizzare l’efficacia di ogni singola seduta, al punto che una può rivelarsi sufficiente.

2. Affermi: “il fatto che la terapia a seduta singola non abbia una teoria terapeutica standardizzata di riferimento costituisce un vantaggio”. Puoi spiegarci perché?

Principalmente, ma non solo, perché la rende integrabile con diverse forme di intervento, anche molto diverse tra loro. Quando andai a Melborune, per completare la mia formazione in TSS presso il Bouverie Center, usarono l’analogia della TSS come un appendi abiti che sostiene il tuo cappotto (il tuo modo personale di fare terapia, cioè l’orientamento che segui o il metodo che vuoi usare in quel momento).
Nei nostri corsi abbiamo avuto colleghi psicodinamici, rogersiani, strategici, sistemici, cognitivo-comportamentali, gestaltici ecc. Tutti hanno trovato il loro modo di integrare la TSS nella propria pratica.
Gli stessi autori originali della TSS provenivano da background molto diversi: Talmon proveniva da una tradizione psicoanalitica europea e aveva poi integrato i suoi studi con la terapia familiare, direttamente sotto la supervisione di Salvador Minuchin; Robert Rosenbaum privilegiava un orientamento psicodinamico di matrice statunitense, sebbene nel corso degli anni lo integrò con tecniche di intervento sistemiche e strategiche; Michael Hoyt era decisamente poliedrico, con al tempo una formazione in diverse psicoterapie psicodinamiche brevi, in terapia familiare, nella terapia esistenziale e nell’analisi ridecisionale.
Anche gli psicologi la integrano nella consulenza, avendo un metodo sistematizzato che permette loro di massimizzarne l’efficacia: al contempo possono integrarla con le pratiche e i metodi che già abitualmente utilizzano.

3. Non avere una teoria terapeutica standardizzata di riferimento può comportare dei limiti per la terapia a seduta singola?

Dovremmo precisare che, ovviamente, ci sono un’epistemologia e delle teorie di riferimento, anche se solo a livello implicito. Come potrebbero non esserci? Gregory Bateson disse che ognuno di noi ha un’epistemologia, anche se non ne è consapevole. Nel caso della Terapia a Seduta Singola, possiamo trovarle formalizzate nel mindset e nelle linee guida dei vari metodi (per una sintesi si veda Cannistrà & Piccirilli, 2018).
Hai detto bene tu, però: non c’è un’univoca teoria terapeutica di riferimento.
Talmon partì da delle osservazioni: molte persone se ne andavano dopo un incontro e molte di esse dicevano di stare bene – troppe, per poter liquidare la questione con “è una resistenza” o “un meccanismo di difesa”. (che, ricordiamocelo, sono comunque risposte legate a determinate concezioni teoriche ed epistemologiche). Da qui, negli anni, ci si è interrogati sui modi in cui rendere questo risultato sistematico e non aleatorio, incrementandone l’efficacia (cioè la percentuale di persone che ritengono che un incontro sia sufficiente per loro), nonché la portata (cioè far sì che ogni seduta sia massimizzata, anche nel caso in cui servano più incontri).
Paradossalmente, sono proprio le teorie ad essere dei limiti, se mal utilizzate.
Ricordiamoci che una teoria è “un’asserzione o un insieme di asserzioni riguardanti le relazioni tra variabili […] che includa almeno un concetto non direttamente osservato”, necessario per spiegare tali relazioni (McBurney, 2001, p. 32, corsivo mio). Una teoria, quindi, parte da un’osservazione di alcuni fenomeni e da lì costruisce una spiegazione di come quei fenomeni sono in relazione.
Spesso ci dimentichiamo che quella teoria è solo una delle possibili spiegazioni. E’ una teoria, non un fatto. Semplificando, se una mela cade a terra, è un fatto. Ma il perché cada a terra, è una spiegazione inventata da qualcuno: una teoria. In più, ricordiamoci anche che di fronte a un “fatto”, c’è comunque un osservatore: osservatori diversi osserveranno fatti diversi. Perché non è possibile slegare l’osservazione dall’osservatore (von Foerster, 1981); e dato che, come detto sopra, ognuno di noi ha un’epistemologia, un modo e dei metodi per conoscere il mondo, non esisteranno osservazioni neutre, prive di un’epistemologia che le spieghi.
Le teorie, dunque, diventano un limite nel momento in cui ci dimentichiamo che sono teorie e cominciamo ad assumere che siano fatti. Il che può diventare anche molto pericoloso, soprattutto in un ambito come quello della psicologia.
Attenzione, con questo non voglio negare il valore delle teorie, che è indiscutibile e che è quello di aiutarci a dare una sistematizzazione e un’organizzazione degli eventi, a fare previsioni, a proporre interventi ecc. A patto che ci ricordiamo che sono temporanee e che non le dobbiamo sposare: le possiamo accettare come compagne di viaggio per un tratto di strada possibilmente non troppo lungo, pronti a lasciarle per caricarne di nuove e migliori.

4. Proporsi come terapeuti che facilitano la risoluzione dei problemi in un’unica seduta può creare false aspettative in alcune persone?

Curiosamente, le persone con cui ho avuto a che fare che mi hanno chiesto esplicitamente una TSS erano ben consapevoli che una seduta poteva non essere sufficiente. E quando sono io a dire, in prima seduta, che cercheremo di dare il massimo in quell’incontro, al punto che potremmo renderci conto che è sufficiente solo quello, molte persone (che non sanno della TSS) rispondono: “Non credo che per me una seduta sola possa bastare” (salvo poi smentirsi alla fine dell’incontro).
Tuttavia, penso che nel nostro ruolo di terapeuti dovremmo sempre considerare il rischio delle false aspettative, perché ci potrà essere chi crede che ci vedrà per un incontro sia sempre e comunque sufficiente – cosa che, ovviamente, non è così. Nella mia esperienza non è comune incontrare queste persone, ma può capitare e dovremmo agire preventivamente per non dare questa idea.

5. In che modo si può evitare di incorrere in questo rischio?

Tutte le volte che qualcuno chiama per chiedere direttamente una TSS noi raccomandiamo di accertarsi, già dal contatto telefonico, che la persona abbia ben chiaro che non è detto che una seduta possa essere sufficiente: è possibile, ma non è certo, ovviamente. Puoi sapere se quella seduta è stata sufficiente solo alla fine della seduta stessa, se la persona ti dirà che si sente in grado di continuare da sola.
Se volessimo essere ancora più precisi, solo alla fine di quella seduta puoi sapere se, per ora, è sufficiente: è sempre possibile che dopo una settimana, un mese, un anno… la persona ti ricontatti per lo stesso problema. E allora farai un’altra seduta singola – e, se non sarà sufficiente, una seconda seduta, e magari una terza, e magari una quarta…
Jeffrey Young (2018a) ha egregiamente descritto la TSS come “un modello di erogazione di un servizio”. Questa secondo me è una grande rivoluzione. Concepire la possibilità di essere utili anche in una singola seduta. Se poi non dovesse bastare, lì per lì o nel corso del tempo, la persona potrà sempre tornare per altri incontri. Ricordiamo che, tra il 60 e l’80% dei casi, questo poi non avviene (Cannistrà & Pietrabissa, 2018).

6. Esistono casi in cui la terapia a seduta singola è controindicata?

Vista nella particolare accezione di “modello di erogazione di un servizio”, ti direi in tutti quei casi in cui il professionista può ritenere che sia opportuno vedere una persona per almeno una seconda seduta (se non di più). Per esempio, nei casi in cui sospetta un rischio di suicidio. Ma, in linea con quanto detto da Young (2018b), bisognerebbe pensare alla TSS, oltre che come a un metodo che ti permette di massimizzare ogni singola (e spesso unica) seduta, anche come a un servizio integrato nel proprio modo di fare terapia: solo durante la prima seduta valuterai, assieme alla persona, se quel singolo incontro può essere adeguato e sufficiente, o se è meglio concordare almeno un altro incontro – o un processo terapeutico di più sedute.

7. Puoi dirci in poche parole di cosa parla il tuo libro “Terapia a seduta singola. Principi e pratiche” e a chi è rivolto?

Esistono diversi libri sulla TSS, oltre che numerosi articoli. A me e Federico Piccirilli ci sembrava però che mancassero tre cose: un testo in italiano aggiornato (l’unico libro tradotto era il primo di Talmon, peraltro fuori commercio da diversi anni); un libro che potesse dare un’organizzazione e una sistematizzazione complessiva delle conoscenze attuali sulla TSS; e un mezzo con cui riportare i nostri primi due anni di studio e il metodo che abbiamo elaborato.
Così abbiamo raccolto il tutto in un libro lineare ed organico, con contributi prevalentemente (ma non esclusivamente) italiani.
Il testo segue un percorso preciso. Dopo la Prefazione di Hoyt e Talmon (eccezionale, capace di creare il giusto terreno per comprendere la TSS), il lettore ha a disposizione un primo capitolo ad opera di Pier Paolo D’Alia, Angelica Giannetti e Simonetta Bonadies che, da un lato, riassume la storia della TSS a partire dai precursori, e, dall’altro, disegna lo stato dell’arte e riporta alcuni esempi e applicazioni attuali della TSS nel mondo.
Per il secondo capitolo avevo un forte desiderio di rispondere a una serie di domande quali: ma la TSS funziona davvero? In quali casi? In che percentuali? Per quali problemi e con quali approcci? Così, facendomi aiutare da Giada Pietrabissa, ricercatrice dell’Istituto Auxologico Italiano di Milano, ho raccolto dati e studi della TSS ma anche di altre ricerche, che potessero confermare i primi, dedicando questo capitolo a ciò che la ricerca scientifica ci ha mostrato finora su questo metodo.
Nel terzo e nel quarto capitolo, Federico Piccirilli ha gettato le basi per far comprendere al lettore il mindset, cioè la mentalità e l’atteggiamento che rendono possibili una Terapia a Seduta Singola di successo, e ha raccolto tutte insieme, in un’opera di sintesi, le linee guida dei principali metodi di TSS esistenti nel mondo.
Il libro vuole essere una guida passo-passo. Non un manuale, ma un testo che permetta al lettore di capire come applicare la TSS nel proprio lavoro. Così, nel quinto capitolo ho descritto minuziosamente il metodo che abbiamo sviluppato in questi anni all’Italian Center for Single Session Therapy. La fortuna di essere arrivati per ultimi, dopo 30 anni di studi e ricerche, è stata quella di poter condensare assieme gli apprendimenti di quegli studi – oltre alle esperienze sul campo e alla formazione fatta in California e in Australia.
Volevamo poi evitare di essere autoreferenziali. Così, nel sesto capitolo, Veronica Torricelli ha raccolto 17 casi di TSS trattati con successo da altrettanti terapeuti formati presso l’Italian Center, psicologi e psicoterapeuti provenienti da esperienze, contesti e formazioni anche molto diverse. Penso sia un ottimo capitolo, perché ti dà la portata della TSS in diverse forme e declinazioni.
Nel penultimo capitolo, Jeff Young, direttore del Bouverie Center, ci spiega come implementare la TSS, in particolare nelle strutture sanitarie – ma in generale anche nella propria pratica – oltre a darci una serie di informazioni che arricchiscono e completano quello che il lettore ha letto nelle pagine precedenti.
E infine, nell’ultimo capitolo, io e mio padre, Antonio Cannistrà, che è un medico che si è occupato di sistemi sanitari e con cui spesso ci intratteniamo in lunghi scambi su dinamiche, funzioni e trend della sanità, abbiamo tracciato alcune direzioni su cui ci sembra che i sistemi sanitari di tutto il mondo (compreso il nostro) si stiano allineando, e sulle quali la TSS può dare ottime risposte.
Principalmente è pensato per psicologi e psicoterapeuti, ma so che anche medici, dirigenti sanitari e altre figure delle professioni di aiuto lo stanno leggendo con interesse.
Mi sembra davvero un buon libro: sono contento che Giunti Editore ci abbia dato questa opportunità.

Cannistrà F. & Piccirilli F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Firenze: Giunti Editore.
Cannistrà F. & Pietrabissa G. (2018). Dati ed efficacia della terapia a seduta singola. In F. Cannistrà & F. Piccirilli, op. cit., pp. 31-46.
Freud S., Breuer J. (1893), Casi clinici, vol. 1, Bollati Boringhieri, Torino 1975.
Grotjahn M. (1946), ≪Case C≫. In F. Alexander, T. M. French (1946), Psychoanalytic therapy: principles and application, Ronald Press, New York.
Kogan L. S. (1957a), ≪The short-term case in a family agency≫, Social Casework, 38, 231-238.
Kogan L. S. (1957b), ≪The short-term case in a family agency≫, Social Casework, 38, 296-302.
Kogan L. S. (1957c), ≪The short-term case in a family agency≫, Social Casework, 38, 366-374.
Malan D. H., Bacal H. A., Heath E. S., Balfour F. H. (1968), ≪Psychodynamic changes in untreated neurotic patients I≫, British Journal of Psychiatry, 114 (510), 525-551.
Malan D. H., Heath E. S., Bacal H. A., Balfour F. H. (1975), ≪Psychodynamic changes in untreated neurotic patients, II: Apparently genuine improvements≫, Archives of General Psychiatry, 32 (1), 110-126. doi:10.1001/archpsyc.1975.01760190112013
McBurney D. H. (2001). Research Methods, 3rd ed. Belmont: Wadsworth (Tr. It. Metodologia della ricerca in psicologia. Milano: Il Mulino).
O’Hanlon, W. H. & Hexum, A. L. (1990). An Uncommon Casebook: The Complete Clinical Work of Milton H. Erickson. New York: Norton & co.
Slavin J. H. & Rahmani M. (2016). Those 45 Minutes Changed My Life: The Meeting of Sigmund Freud and Margarethe Lutz. Psychoanalytic Perspective, 13, 6, 291-293.
Talmon M. (1990), Single session therapy: maximizing the effect of the first (and often only) therapeutic encounter, Jossey-Bass, San Francisco (trad. it. Psicoterapia a seduta singola. Erickson, Trento 1996).
von Foerster H. (1981) On Cybernetics of Cybernetics and Social Theory. In: Roth G. & Schwegler H. (eds.) Self-Organizing Systems. Campus Verlag, Frankfurt am Main: 102–105.
Young J. (2018a). The misunderstood gift. In M. F. Hoyt, M. Bobele, A. Slive, J. Young & M. Talmon (eds.), Single-session therapy by walk-in or appointment: clinical, supervisory, and administrative approach. New York: Routledge.
Young J. (2018a). Terapia a seduta singola in pratica: concetti, training, integrazioni. In F. Cannistrà & F. Piccirilli, op. cit., pp. 169-186.

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