La Quercia e la Canna: a proposito di resilienza

“Disse la Quercia ad una Canna un giorno:
– Infelice nel mondo è il tuo destino:
non ti si posa addosso un uccellino,
né un soffio d’aria ti svolazza intorno,
che tu non abbia ad abbassar la testa.

Guarda me, che gigante a un monte eguale,
non solo innalzo contro il sol la cresta,
ma sfido il temporale.
Per te sembra tempesta ogni sospiro,
un sospiro a me sembra ogni tempesta.

Pazienza ancor, se concedesse il Cielo
che voi nasceste all’ombra mia sicura:
ma vuole la natura
farvi nascer di solito alla riva
delle paludi, in mezzo ai venti e al gelo.

– La tua pietà capisco che deriva
da buon cuore, – rispose a lei la Canna. –
Il vento che mi affanna
mi può piegar, non farmi troppo male,
ciò che non sempre anche alle querce arriva.

Tu sei forte, ma chi fino a domani
può garantirti il legno della schiena? –
E detto questo appena,
il più forte scoppiò degli uragani,
come il polo non soffia mai l’uguale.

La molle Canna piegasi,
e resiste la Quercia anche ai più forti
colpi del vento, per un po’, ma infine
sradica il vento il tronco,
che mandava le foglie al ciel vicine,
e le barbe nel Regno imo dei morti”.

di Jean de la Fontaine

Non sono un’amante del calcio, ma mi appassionano molto le biografie di personaggi famosi quali scrittori, attori, cantanti, musicisti o sportivi oltre che quella delle persone comuni come ciascuno di noi.

Mi appassiona molto provare a capire, rispetto a ciascuna persona, qualcosa in più, o qualcosa di profondo rispetto alle semplici immagini da copertina.

Tempo fa lessi un articolo di Roberto Saviano relativo a Lionel Messi, il calciatore argentino campione del Barcellona, soprannominato “la Pulce” per via della sua piccola statura.

Benché io non sia appassionata di calcio, la storia di vita del campione mi appassionò molto e mi interessai a leggere articoli e libri riguardo a lui.

Messi nacque in Argentina e si appassionò, sin da bambino, al calcio per il quale possedeva, già da piccolo, molto talento. All’età di circa dieci anni il piccolo Lion smise di crescere e fu in quello stesso periodo che scopri di essere affetto da una disfunzione ormonale che gli causava carenza di somatotropina : scopri che era affetto da una rara forma di nanismo.

Nonostante avesse molto talento e fosse molto abile nel gioco e benché si allenasse moltissimo in uno sport che lo appassionava, Messi in quel momento realizzò che per lui il calcio poteva restare solo un sogno, visto che nessuna “squadra forte” lo avrebbe mai preso con sé.

I medici presto si resero conto che il problema del calciatore poteva essere contrastato solo attraverso la somministrazione di un farmaco a base di ormoni che però risultava troppo oneroso rispetto alle possibilità economiche dei genitori.

Messi intravide come uniche possibilità, sia per riuscire a curarsi che per continuare a coltivare appieno il proprio talento per il calcio, quelle di non arrendersi alla malattia, di continuare ad allenarsi al meglio, di giocare nella sua squadra e di farsi notare da un osservatore.

Poi accadde il miracolo, o meglio, la resilienza del calciatore venne premiata: il direttore sportivo del Barcellona notò Leon Messi e capi che, nonostante la statura, o forse anche per via della statura, quel ragazzo aveva sviluppato un talento speciale che lo distingueva da tutti gli altri.

Da quel momento il calciatore venne accolto nel Barcellona che si accollò le spese delle cure di cui necessitava per crescere e da allora crebbe sia in altezza che come calciatore.

Lion Messi costituisce, secondo me, un esempio molto emozionante di resilienza.

Ma cosa è la resilienza?

Il termine resilienza deriva dall’aggiunta al verbo latino ” silire” che significa saltare, balzare, il prefisso “re”, che da al verbo il significato di rimbalzare, di recuperare la propria forma nonostante l’urto.

Kreisler (1996) definisce resilienza la capacità che hanno le persone di affrontare e superare eventi difficili e traumatici ad alto rischio, grazie alle proprie caratteristiche personali e alle capacità di adattamento alle difficoltà, ai cambiamenti, ai traumi.

Anthony definisce la resilienza attraverso la metafora delle tre bambole;

immaginiamo tre bambole: una fatta di vetro, una di plastica e una di acciaio. Immaginiamo che tutte e tre le bambole vengano fatte cadere dalla stessa altezza e ricevano dunque un colpo identico;

ciascuna bambola subirà esiti differenti rispetto al colpo subito:

la bambola in vetro si romperà,

la bambola in plastica subirà delle cicatrici permanenti,

la bambola in acciaio resiterà all’urto senza subire danni.

Manciaux riprende la metafora delle tre bambole descritta da Anthony e ci offre ulteriori spunti i riflessione; egli specifica che nel far cadere una bambola questa potrà rompersi con maggiore o minore facilità a seconda

del materiale di cui è costituita ( che rappresenta la capacità di ciascun individuo di resistere ai traumi);

della materia di cui è costituito il suolo contro cui la bambola sbatte ( che rappresenta il contesto ambientale e le risorse circostanti);

della forza con cui la bambola è stata lanciata ( che rappresenta l’intensità e la durata dell’evento traumatico a cui l’individuo è esposto).

Giovanni Madonna, a proposito di resilienza, offre uno spunto di riflessione molto interessante: egli parla di ” Mitridatismo moderno”.

Mitridate era un antico re del Ponto che, per paura di essere avvelenato da qualcuno, iniziò ad assumere dosi costanti e non letali di veleno, in modo da rendersi immune dall’avvelenamento.

Il mitridatismo è dunque una condizione di immunità a un veleno, raggiunta grazie all’assuefazione dovuta all’assunzione costante di sue piccole dosi.

La metafora usata da Madonna ci offre spunti interessanti per riflettere su aspetti poco studiati della resilienza e a me, nello specifico, fa riflettere sul fatto che la troppa resilienza, a volte, possa essere nociva e che ciascuno di noi possa avere il diritto a non essere, in alcune situazioni, resiliente e a arrabbiarsi moltissimo con il mondo e a subire cicatrici permanenti di cui può imparare a prendersi cura, ma che non possono scomparire definitivamente.

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