Una risorsa a cui attingere: le Lacrime

“Ulisse pianse nel sentire cantare le gesta sue e degli altri Greci, a Troia.

Ma non voleva farsi scoprire.

Col lembo del mantello, si coprì il volto e asciugò le lacrime.

Solo Alcino, re dei Feaci, se ne accorse ma non disse nulla”.
(Odissea)

Qualche giorno fa, durante un colloquio, una giovane cliente, come spesso capita nel setting di terapia, si è messa a piangere. Appena si è accorta delle proprie lacrime mi ha spiegato di sentirsi un pò in imbarazzo perché, in questo nostro mondo, benché sia la risata che il pianto siano associati a uno stato d’animo,  risulta molto più facile ridere che piangere e il pianto risulta ,spesso, sinonimo di debolezza.

Quando le ho chiesto in cosa consista secondo lei tale differenza che il mondo impone  mi ha risposto che, quando una persona si trova in un contesto gruppale, se uno si mette a ridere passa inosservato, se uno invece inizia a piangere viene solitamente messo al centro dell’attenzione e tutti iniziano a chiedergli spiegazioni e a preoccuparsi per lui e a pensare che sia una persona fragile.

Partendo da questo interessantissimo spunto, possiamo dedurre moltissime considerazioni rispetto al pianto.

Solitamente associamo le lacrime all’espressione di una condizione di tristezza e di malessere. In realtà esistono diversi tipi di lacrime.

Joseph Stromberg ha chiarito che esistono tre principali tipi di lacrime:

– le lacrime basali, che i nostri occhi producono naturalmente per la costante lubrificazione

– le lacrime di riflesso, che si attivano per eliminare un corpo estraneo dall’occhio

– le lacrime emotive, prodotte dalle emozioni.

Le lacrime emotive possono, a loro volta, secondo la classificazione effettuata da   Fisher, essere distinte in vari tipi:

– da risata

– di dolore

– di cambiamento

– della fine e del nuovo inizio

– di liberazione

– da ricordo

– di speranza.

Durante i primi mesi di vita il pianto costituisce per il bambino il principale mezzo di comunicazione con cui esprime al mondo circostante, principalmente alla madre, i propri bisogni primari.

Man mano che cresciamo possiamo effettuare una differenziazione tra le caratteristiche e le conseguenze determinate dalle lacrime versate in solitudine e quelle versate in un contesto interpersonale.

Le lacrime versate all’interno di un contesto in cui sono presenti altre persone costituiscono inevitabilmente un messaggio che inviamo al mondo esterno.

Come ha evidenziato la mia cliente, le lacrime, soprattutto quelle tristi, vengono notate con più enfasi rispetto a una risata.

Perchè avviene questo?

Le ipotesi possono essere molteplici.

Una possibilità potrebbe essere costiuta dal fatto che viviamo in un contesto socio -culturale che ci allena, fin da bambini, a mostrarci sorridenti e felici quando siamo in pubblico e a riservare le lacrime a un contesto di solitudine; essendo poco abituati sia a vedere qualcuno che piange in pubblico e sia a piangere in pubblico, spesso capita che quando ci troviamo in entrambe le situazioni, proviamo forte imbarazzo.

L’imbarazzo delle lacrime riguarda chi piange, che si trova a esprimere una condizione che probabilmente non riesce a controllare e che lo costringe a doversi giustificare, ma riguarda anche chi assiste al pianto, che si trova nella condizione di dover accogliere le lacrime dell’altro senza sapere, spesso,  come comportarsi.

In passato il pianto aveva un valore sociale. Durante i riti funebri, nell’antica Grecia, ma anche in Sardegna, per esempio, esisteva un coro di donne che venivano retribuite dalla famiglia del defunto per piangerlo e per ricordarne la figura attraverso frasi fatte che, in alcuni casi, erano vere e proprie poesie.

Il fatto che chi ci sta intorno noti le nostre lacrime può essere considerato un vantaggio o uno svantaggio per noi che stiamo piangendo?

Personalmente ritengo la capacità dell’essere umano di riconoscere e accogliere le lacrime che descrivono il dolore e la sofferenza altrui una grande risorsa.

Le lacrime costituiscono il modo più primitivo e dunque “genuino” di esprimere uno stato d’animo, a differenza delle parole che ci consentono più facilmente di mentire.

Al riguardo, qualche tempo fa, sempre durante un colloquio di psicoterapia, un mio cliente mi fece notare come, quando le persone ci chiedono come stiamo, noi rispondiamo, in maniera quasi automatica, che stiamo bene. Effettivamente, se ci pensiamo, raramente capita che qualcuno risponda:” stò male” e raramente Capita che noi chiediamo a qualcuno come stia tenendo conto delle varie possibilità di risposta. La nostra società offre pochissimo spazio alla condivisione di stati d’animo negativi.

Dal punto di vista personale e professionale, essendo io per natura molto istintiva, capita che in determinate situazioni non riesca a trattenere le lacrime.

Questa caratteristica in passato mi ha fatto sentire spesso in imbarazzo nei contesti privati e inadeguata in contesti lavorativi.

Attualmente capita ancora che mi senta in imbarazzo quando mi ritrovo a piangere, però ho cambiato il modo di vivere le mie lacrime.

Nel contesto privato ritengo un mio diritto piangere e cerco di non preoccuparmi di proteggere l’altro dalle difficoltà che può incontrare nell’accettare e accogliere le mie lacrime e, nel contempo, di dare spazio ai miei bisogni.

Rispetto al contesto di psicoterapia ho imparato due cose altrettanto indispensabili per il mio lavoro;

la prima cosa, che mi ha insegnato la scuola sistemica, riguarda l’accettazione e l’accoglienza delle lacrime altrui. Quando ci troviamo davanti alle lacrime di qualcuno, che avvengono attraverso il canale comunicativo prettamente corporeo, tendiamo ,di solito, a rispondere mediante un canale comunicativo più simbolico, ossia il linguaggio; cerchiamo per lo più di trovare le parole giuste da dire sia per sentirci meno inadeguati e sia con l’intento di consolare l’altra persona.

La scuola sistemica mi ha insegnato che la cosa più semplice, ma probabilmente anche la più efficace da mettere in atto, consiste nel rispondere a un messaggio utilizzando lo stesso canale comunicativo che ci viene presentato, ossia, in questo caso, quello corporeo. Se un cliente piange ho imparato che non c’è bisogno che io risponda alle sue lacrime dicendo qualcosa; esistono infiniti altri modi di rispondere e di far sentire la propria presenza empatica: posso usare lo sguardo, posso piangere anche io, posso tendere una mano, posso abbracciare. Posso aspettare. Ciò che più conta è lasciare spazio alle lacrime e, nel contempo,essere presente.

Questo insegnamento prezioso, a mio parere, risulta indispensabile sia nell’ambito lavorativo che in quello Relazionale.

La scuola ericksoniana mi ha insegnato una cosa altrettanto preziosa: il valore delle mie lacrime. In passato mi sono capitate numerose situazioni di psicoterapia in cui ho fatto molta fatica a trattenere le lacrime. L’ipnosi ericksoniana mi ha insegnato che le mie lacrime, se ci sono, probabilmente fanno parte del rapport che ho instaurato con la persona che ho davanti e possono essere utilizzate e sfruttate come risorsa all’interno del setting terapeutico. Reputo questo insegnamento estremamente prezioso.

Le lacrime costituiscono un modo naturale di inviare un messaggio a chi ci sta intorno. Sarebbe utile e bello, oltre che prezioso per il nostro genere, educare i nostri bambini a esprimere senza vergogna le proprie lacrime e ad accogliere senza imbarazzzo le lacrime altrui.

Infine mi piace concludere il pezzo con una bellissima frase di Hermann Hesse che vuole essere di incoraggiamento sia per noi dotati di lacrima facile sia per coloro che mostrano difficoltà o paura a concedersi spazi in cui poter piangere:

“LE LACRIME SONO GHIACCIO CHE SI SCIOGLIE”.

Non abbiate paura a versare qualche lacrima, il mondo nutre un gran bisogno di essere annaffiato.

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2 pensieri su “Una risorsa a cui attingere: le Lacrime

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