A proposito di Alice, di protocolli, di noci di cocco, di Sufi, di fenicotteri, di porcospini e di altri imprevisti.

“Alice pensò che non aveva mai visto un campo di croquet tanto curioso in vita sua: era tutto buche e solchi, le palle erano porcospini vivi, e le mazze erano fenicotteri vivi, e i soldati dovevano piegarsi in modo da reggersi sulle mani e sui piedi per formare gli archi. Alice scoprì subito che la maggiore difficoltà riguardava l’uso del suo fenicottero: riusciva abbastanza agevolmente a prenderlo sotto il braccio, con le zampe penzoloni, ma in genere appena era riuscita a metterlo col collo teso a dovere, e stava per assestare un colpo al porcospino col suo capo, quello si torceva da una parte e la guardava in viso con un’espressione tanto perplessa che Alice non poteva fare a meno di scoppiare a ridere; e quando riusciva a fargli abbassare il capo, e stava per ricominciare un’altra volta, era davvero irritante scoprire che il porcospino si era sgomitolato e stava per filarsela”.

Vi è mai capitato, la domenica sera, di mettervi sulla scrivania con l’intento di organizzare un programma dettagliato rispetto alle cose da fare durante la settimana e di sentirvi, dopo aver fatto questo lavoro di pianificazione, più tranquilli nel proiettare la vostra mente verso il lunedì?

Vi è poi mai capitato, il lunedì mattina, di svegliarvi con la febbre altissima e di trovarvi costretti a dover disdire, repentinamente, tutti gli appuntamenti programmati?

Nel bellissimo capitolo di “Alice nel paese delle meraviglie” sopra riportato Lewis Carrol descrive una partita a croquet molto ” speciale” durante la quale, la povera Alice, si ritrova a dover giocare la sua partita usando un fenicottero al posto della mazza e porcospini al posto delle palle. La presenza, all’interno della partita, di “strumenti” vivi determina un vero e proprio pasticcio rispetto ai suoi esiti.

Come mai?

Se l’autore avesse introdotto all’interno della partita semplicemente un terreno accidentato o se le palle o la mazza avessero semplicemente avuto una forma bizzarra o stravagante, il gioco sarebbe sicuramente risultato inconsueto e difficile, ma i personaggi avrebbero potuto trovare un modo per imparare a capire le caratteristiche degli strumenti di gioco che, una volta conosciuti, sarebbero rimasti invariati. Nel momento in cui  l’autore sceglie di introdurre “arnesi di gioco” Viventi,  inserisce una variante caratterizzata da estrema imprevedibilità che impedisce ai giocatori di imparare il gioco.

Perché succede questo?

Gli esseri viventi,  umani o animali, sono gli unici dotati di capacità previsionali e dunque anche gli unici capaci di imparare a fare le cose e, proprio la presenza di questa capacità, li rende anche unici nell’ avere la capacità di rendersi imprevedibili.

Ciascuno di noi è inserito all’interno di un sistema Relazionale variegato e complesso è costituito da un’infinità di stimoli che, in qualche misura, attivano la nostra persona e con cui ciascuno deve continuamente confrontarsi e relazionarsi. Il sistema di relazioni di cui facciamo parte è formato sia da esseri viventi che da cose inanimate e, dunque, da una molteplicità di imprevisti.

Ciascuno di noi, in qualità di essere vivente, risulta, per natura, imprevedibile.

Un essere umano in relazione con un altro essere umano ha minime possibilità di controllare ciò che accade dentro la relazione. Nel momento in cui ci relazioniamo a qualcun altro entriamo a far parte di una unità composta da due persone e il controllo che ogni parte può esercitare sull’intero risulta molto limitato.

Immagino che possa essere capitato a molti di noi di progettare una gita con amici, di immaginare itinerari bellissimi da esplorare e ristoranti, agriturismi o bellissimi prati in cui mangiare.

Immagino che a molti di noi possa, ugualmente, essere capitato di scontrarsi con la realizzazione di una gita in cui, diversamente dalle previsioni idilliache fatte, un amico voglia visitare posti che a voi non interessa vedere, un altro amico voglia andare a pranzo in un ristorante dentro il quale voi non mettereste piede neanche morti, un altro ancora preferisca andare a fare acquisti piuttosto che visitare monumenti.

Immagino, infine, che a molti di noi possa essere capitato, davanti a tutti questi imprevisti, di reagire con un’altrettanta imprevista ( e per se e per gli altri ) crisi di rabbia che destabilizza ulteriormente l’equilibrio di un gruppo già abbastanza squilibrato e destabilizzato.

Ciascuno di noi cerca, in qualche misura, strategie per rendere prevedibile ciò che, di fatto, è imprevedibile. Ciascuno di noi fa programmi e ha aspettative rispetto a persone, situazioni etc. Programmare ci dà sicurezza ed è utile fare programmi e avere punti di riferimento validi. La cosa fondamentale di cui bisogna tenere conto, quando si fanno programmi, è l’imprevisto. Bisogna, paradossalmente, programmare l’imprevisto. Le relazioni umane sono fatte da esseri viventi e dunque non possono non risultare piene di imprevisti. Uno può programmare un determinato andamento per la propria vita. Gli imprevisti possono determinarne un andamento differente.

Mi viene in mente un esempio che riguarda la mia vita professionale. Appena laureata in psicologia, ma soprattutto, dopo aver finito la scuola di specializzazione in Psicoterapia, mi comprai il mio bel kit di strategie  e protocolli terapeutici preconfezionati e divisi in categorie diagnostiche, da utilizzare a seconda della “tipologia ” di paziente che mi fossi trovata davanti. Mi procurai una sorta di “scudo protocollare” che, in qualche misura, mi proteggesse e dalla mia inesperienza professionale e dalla persona che mi trovavo davanti e dalle mie risonanze emotive e dagli imprevisti. Per un pò mi sono costretta a utilizzare questo tipo di strategia e per un po’, in qualche misura, ha funzionato, o per lo meno ha sedato le mie paure. Poi, un giorno, mi sono trovata davanti a un bambino che ha portato in terapia una carica talmente enorme di imprevisti e di imprevedibilità che neanche il protocollo più utilizzato al mondo sarebbe riuscito a incasellare. In quel momento mi trovai in grande difficoltà; sentii letteralmente la sensazione fisica del terreno che ti si sgretola sotto i piedi e della testa che gira a vuoto, come travolta dal capogiro di una giostra veloce. Dopo circa 40 minuti di estrema difficoltà ho poggiato il mio amato protocollo sul tavolo e ho guardato il bambino negli occhi. In quel momento ho scoperto che quel bambino aveva degli occhi bellissimi, tristi ma bellissimi; occhi che mi dicevano un sacco di cose sulla sua vita, occhi che io, nei 40 minuti precedenti, non avevo minimamente considerato. Da quel momento ho deciso di fidarmi dei suoi occhi eppure dei miei occhi. Da quel momento ho deciso di fidarmi dell’incontro dei nostri occhi. Quel bambino mi ha insegnato moltissimo. Quella per me è stata la prima vera seduta di psicoterapia. Da quel giorno ho smesso di usare protocolli. Naturalmente non li ho buttati, anche perché li ho pagati un sacco di soldi. Li tengo nel cassetto e li continuò a studiare in modo da potermene distaccare. Ho imparato ad aggrapparmi all’imprevisto. A tenerne conto. Sempre. Ho capito che tutte le relazioni umane sono piene di imprevisti. Ho smesso di contrastarli. Seguo la scia del vento degli imprevisti e mi rendo conto che questo modo risulta molto più utile sia a me che alla persona che ho davanti e sia alla nostra relazione terapeutica.

Ciascuno di noi può provare ad accettare il fatto che la vita sia costituita da una marea di imprevisti, può assecondarli, utilizzarli e trasformarli in risorsa; che poi, se ci pensiamo, esistono pure imprevisti positivi di cui tenere conto.

Dunque forza e coraggio. E occhi ben aperti per guardare gli altri o, se preferite, potete tenerli chiusi per scrutarvi dentro con maggiore passione o, meglio ancora, potete alternare momenti di apertura a momenti di chiusura oculare. La cosa importante è non precludersi nulla❤️💙.

Per concludere il pezzo, a proposito di imprevisti, vi racconto una bellissima storiella Sufi.

” Una scimmia da un albero gettò una noce di cocco in testa ad un Sufi che la raccolse, ne bevve il latte, mangiò la polpa e, con il guscio, fece una ciottola”. ( A de Mello ).

Infine: auguro a ciascuno di voi una vita ricca di splendidi imprevisti da percorrere o, come in maniera estremamente poetica mi ha raccontato ieri una carissima paziente, di curvine e di curvo e da percorrere, che le strade troppo dritte sono noiose e fanno venire il sonno ❤️💙❤️ 

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